Rendita Catastale: come calcolarla

La rendita catastale è il valore attribuito ai fini fiscali a tutte le unità immobiliari in grado di produrre o generare reddito autonomo. Questo valore viene individuato per la maggior parte delle unità immobiliari moltiplicando la consistenza dell’immobile (espressa in vani catastali, mq o mc) per il rispettivo valore riportato nelle tariffe d’estimo, elaborate dall’Agenzia del Territorio in funzione del Comune, della zona censuaria, della categoria catastale, della classe di merito.

Da cosa deriva

La rendita catastale dunque dipende da due elementi: le dimensioni dell’immobile e l’estimo. Per quanto riguarda il primo parametro, è giusto sottolineare come non si calcoli solo la superficie dello stesso, ma anche il numero di vani e la volumetria ( tutti dati presenti nei prospetti catastali).

L’estimo, invece, è un valore numerico assegnato all’immobile in base alla zona di ubicazione. Le città, infatti, vengono divise dai Comuni in numerose zone alle quali sono assegnati valori diversi. L’estimo quindi dipende sia da questa suddivisione che dalla destinazione d’uso dell’immobile.

A quest’ultimo proposito – ma la raccomandazione vale per tutte le modifiche – è necessario tenere aggiornati i valori, per ottenere una rendita sempre corrispondente alla realtà. Poiché ciò permette di pagare la giusta somma dell’Imu.

Come la rendita influenza l’Imu

Per calcolare l’Imu, occorre considerare la rendita catastale, rivalutarla del 5%, e poi moltiplicarla per un coefficiente di categoria stabilito per legge. Ad esempio, ecco alcuni moltiplicatori catastali:

  • per i fabbricati nella categoria catastale A, esclusi quelli in categoria A10 il moltiplicatore è 160. Nel caso si tratti di categoria catastale A10, invece, il moltiplicatore da utilizzare è 80;
  • per i fabbricati che rientrano nella categoria catastale C, esclusi quelli rientranti in categoria C1 (per i quali è 55) il coefficiente moltiplicatore è 140. Per quelli che possono essere considerati pertinenza di prima casa, ossia solamente quelli che rientrano in categoria catastale, C2, C6 o C7 il moltiplicatore da utilizzare è il 160;
  • per i fabbricati che rientrano nella categoria catastale B il moltiplicatore catastale equivalente è 140;
  • per i fabbricati in categoria speciale D è 65 tranne per la categoria D5 per i quali è 80;
  • per i terreni agricoli è 135.

Inoltre, è utile sapere che eventuali ristrutturazioni influenzano – e molto – il valore della rendita.

Se, al momento di pagare l’imposta municipale, l’immobile è in ristrutturazione occorre considerare la rendita precedente. Mentre una volta terminati i lavori, occorre, di accordo con l’azienda appaltata, aggiornare la rendita presso l’Agenzia delle Entrate.

Infine, l’Imu viene pagata anche sugli immobili che non sono agibili o abitabili. In questo caso, previa presentazione di precisa documentazione, si gode di una detrazione del 50%.

Come si ottiene la rendita catastale

Per conoscere la rendita catastale di un immobile è necessario essere in possesso dei dati catastali. I quali sono: comune, sezione, foglio, mappale (particella) e sub (subalterni, che possono anche essere vari per ogni immobile). Da qui è possibile ricavare i dati catastali dall’atto di compravendita dell’immobile (rogito) o volendo si può chiedere una visura catastale gratuita presso il catasto o un’agenzia del territorio.

I procedimenti successivi sono molto semplici:

1) collegarsi al link agenzia del territorio visura catastale

2) inserire il codice fiscale

3) inserire il codice di sicurezza

4) cliccare sul pulsante accedi

5) scegliere la provincia dove è situato l’immobile

6) scegliere il comune

7) digitare il numero del foglio, della particella (mappale) e del sub (subalterno)

8) cliccare sul pulsante ricerca

Ecco come consultare gratis la rendita catastale di un immobile

Il Def propone la Riforma del Catasto

In passato, secondo quanto era stato riportato nel programma nazionale di riforma (Pnr 2016), parte del Documento di economia e finanzia, la riforma del catasto doveva essere attutata entro il 2018.

Nel documento infatti si leggeva: “La revisione dei valori catastali sarà oggetto di interventi più generali e organici, che si rendono necessari, al termine delle complesse operazioni di allineamento delle basi dati, per valutare in modo accurato gli effetti di gettito e distributivi sui contribuenti”.

Inoltre “con la la legge di Stabilità 2016, il governo intendeva privilegiare interventi in aree particolarmente critiche attinenti al processo di determinazione della rendita catastale degli immobili a destinazione produttiva e industriale (cd ‘imbullonati’, classificabili nei gruppi catastali D ed E). La misura, oltre a costituire un passo in avanti nel processo di revisione degli estimi delle categorie di fabbricati soggette a ‘stima diretta’, definiva un criterio univoco di individuazione delle tipologie di macchinari e impianti che non andavano considerate ai fini del calcolo della rendita e consentiva la risoluzione di significative criticità tecnico-estimative nel processo di determinazione della rendita catastale dei fabbricati produttivi”.

Nonostante si parli da tempo di una possibile riforma catastale “proseguono le attività correnti e straordinarie legate all’accatastamento delle unità immobiliari negli archivi catastali e alla determinazione e accertamento della relativa rendita. Per gli immobili a destinazione residenziale, rimane infatti in vigore la possibilità di interventi mirati di revisione annuale del classamento delle unità immobiliari urbane, ossia la ‘revisione del classamento delle unità immobiliari private site in microzone comunali’ e l’aggiornamento del classamento catastale per intervenute variazioni edilizie’”.

Riforma del catasto e tasse cinque volte più alte: sarà vero?

Il nuovo Governo che si è creato si sta trovando davanti un grandissimo numero di nodi che rimangono ancora irrisolti e fra questi emerge anche la suddetta riforma del catasto che era stata annunciata verso la fine della scorsa legislatura ma che poi era stata congelata in attesa di tempi migliori.
Questa riforma, in sostanza, prevedeva la convergenza fra fisco e mercato ma si è bloccata dinnanzi all’evidenza del fatto che non si potrebbero applicare più le aliquote adesso in vigore se non si cerca di impoverire ancora di più le famiglie e le imprese, essendo così artefici del colpo di grazia a carico del mercato immobiliare.

In un articolo uscito sul “Corriere”, si legge che qualora le tasse sugli immobili venissero calcolate sul valore di mercato, a Milano per esempio, gli imponibili fiscali schizzerebbero sino alle stelle: infatti, sarebbero sino a cinque volte di più nelle aree centrali e almeno il doppio per quanto riguarda la periferia. Quindi, un salasso vero e proprio per le famiglie italiane.

Quindi, il nuovo Governo avrà il compito di decidere fra due soluzioni: la prima è mantenere lo status quo e, di conseguenza, anche l’ingiustizia che è una diretta conseguenza della situazione che, per quanto concerne gli estimi in vigore, è bloccata a trent’anni fa; la seconda è quella di apportare i necessari cambiamenti a rendere sostenibili i nuovi valori.

Cosa cambierebbe con la riforma: una stangata per i contribuenti

L’impatto della riforma del catasto sarà visibile sul valore degli immobili nelle città più grandi, che è destinato a salire pesantemente sia nelle aree del centro che in periferia. Però, c’è anche un ulteriore aspetto rappresentato dall’aumento delle tasse. Qualora le tasse sugli immobili venissero calcolate sui valori di mercato, come abbiamo detto, gli imponibili fiscali aumenterebbero a dismisura raggiungendo livelli insostenibili per la popolazione.
Infatti, in base ad una prima valutazione, effettuata sulla sperimentazione della suddetta riforma del catasto a Milano e a Roma, è ovviamente stato registrato un aumento di oltre un terzo del valore di mercato, ma così pure un aumento delle tasse che gravano sugli immobili, cioè Tasi ed Imu.

Rendita catastale: cos’è e come calcolarla
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