La casa rappresenta un bene prezioso per molti italiani, sia come luogo in cui vivere e sia come possibile fonte di reddito nell’ipotesi se ne affittasse una. Essa rappresenta allo stesso modo un bene costoso, in quanto sottoposto a diverse imposte, tra cui l’Imu alla Tasi, passando per la cedolare secca. Tributi che devono essere pagati periodicamente sia in caso di affitto di un immobile sia nell’ipotesi essa risulti non fittata, addirittura anche quando possa essere, in alcuni casi specifici, una prima abitazione dove non si risieda.

Ed a questo proposito, recentemente è stata avanzata l’ipotesi di effettuare una fusione Imu-Tasi, che unificasse in un’unica tassa le principali imposte gravanti sulla casa. Ciò al fine, da un lato, di semplificare queste ultime e, dall’altro, di combattere la piaga dell’evasione fiscale, considerevole anche per quanto riguarda il settore immobiliare. Questa fusione  tuttavia non risulta (o, per meglio dire, risultava) essere semplice da effettuare per svariati motivi.

La tassazione attuale di Imu e Tasi

Oggi, la somma di queste due imposte può arrivare a toccare anche il 10,6 per mille, a cui si può aggiungere un’imposizione aggiuntiva (chiamata anche super Tasi) dello 0,8 per mille, fatta valere da alcuni Comuni per una complicata e lunga vicenda di natura contabile. Di conseguenza, la somma complessiva di tali imposte che i cittadini italiani devono pagare si attesta in alcuni casi all’11,4 per mille.

Unica tassa sul mattone, vediamo le ipotesi circolate inizialmente

Considerando la delicatezza del tema delle tasse sulla casa, sia per i cittadini che a livello politico in generale, ogni decisione di accorpamento e relativo incremento o diminuzione anche di un solo decimale di tale ipotetica super tassa potrebbe creare malumori. Tenuto presente tutto ciò, quindi, si era ipotizzato di stabilire quest’ultima al 10,6 per mille. Anche se il governo doveva trovare circa 280 milioni di Euro, per compensare quei Comuni che perdevano la maggiorazione attualmente imposta sulla Tasi.

Un vantaggio eventuale derivante dall’unificazione di tali imposte sarebbe stato quello della semplificazione. Infatti, da un lato, sarebbe scomparsa la doppia tassa sul medesimo immobile e, dall’altro, avrebbe posto un freno alla miriade di aliquote (diverse centinaia di forme di tassazione al momento) che i Comuni hanno facoltà di introdurre su varie tipologie di immobili e relativi proprietari.

Allo studio del governo vi era un progetto, infatti, in cui i Comuni potevano diversificare i trattamenti, ma all’interno di un quadro molto ristretto di casi, come ad esempio quello di un immobile utilizzato dagli inquilini come casa principale oppure quello relativo ai negozi presenti nei centri storici. Un progetto che avrebbe favorito un’altra iniziativa, quella del bollettino di imposte precompilato per tutti, pilastro ritenuto fondamentale poi per una più incisiva ed efficace lotta all’evasione fiscale.

Un’iniziativa forse sbloccata definitivamente

Dopo aver ipotizzato l’accorpamento di Imu e Tasi il governo aveva ritirato apparentemente questo progetto. Questa marcia indietro era stata effettuata a causa di diverse ragioni: innanzitutto alcuni importanti enti del settore edile (come Confedilizia) avevano mostrato considerevoli perplessità all’iniziativa, considerando la persistenza dell’alta tassazione sulle case nel nostro Paese, a fronte invece della sua riduzione in altri Stati europei e che, anche grazie a questo, stanno evidenziano un positivo andamento del comparto edilizio. Altra motivazione alla base del blocco momentaneo di questa iniziativa controversa era la perplessità di alcuni professionisti ed esperti del settore, che la prefiguravano come una stangata soprattutto per quei proprietari di seconde abitazioni. A ciò, infine, si aggiungeva la concreta possibilità, paventata sempre da tali professionisti, che qualche sindaco avrebbe potuto utilizzare questa riforma per incrementare la tassazione sugli immobili all’interno del proprio Comune.

Nei primi giorni di Novembre 2019, però, nella nuova versione della Legge di Bilancio 2020 ecco che è stata definita meglio questa nuova Imu, nonostante le polemiche sorte ed il temporaneo blocco. Per questa nuova tassa l’aliquota di base dovrebbe essere dell’8,6 per mille, con la possibilità per i sindaci comunque di ridurla a zero oppure, viceversa, di incrementarla al 10,6 per mille, come previsto inizialmente. Tale quota, ma soltanto per il 2020, potrebbe essere poi innalzata, volendo, anche all‘11,4 per mille.

Le scadenze previste per il pagamento restano due, cioè 16 Giugno e 16 Dicembre. Per il prossimo 2020, la prima rata da versare dovrà essere la metà di quella pagata nel 2019, mentre per conoscere l’importo della successiva si dovranno attendere le delibere dei singoli Comuni che potranno scegliere se incrementare o diminuire l’aliquota base dell’8,6 per mille.

Ulteriore novità sarà poi anche la predisposizione di modelli pre-compilati per il pagamento di questa tassa unificata sugli immobili, in modo da evitare (almeno teoricamente) il calcolo degli importi da versare per i singoli cittadini. Considerando le decisioni altalenanti dell’attuale governo, si attende per ora la presentazione della ormai prossima Legge di Bilancio 2020 per cercare di capire, in maniera definitiva, come e soprattutto se si intende modificare la tassazione sugli immobili.

Tasi e Imu unificate

Fusione Imu-Tasi, una misura forse in dirittura d’arrivo
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