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Con la sentenza n. 24.468 emessa dalla Corte di Cassazione il giorno 18 novembre 2014 si cerca di chiarire quando è possibile chiedere la restituzione di un immobile in comodato, quando al suo interno si svolge un’attività commerciale.

Il caso

Nel 2005 un uomo si è recato presso il Tribunale di Avellino per dichiarare che nel 2002 aveva concesso a quella
che era all’epoca sua moglie, un immobile in comodato, destinato all’attività di estetista. Una volta avvenuta la separazione l’uomo ha però più volte richiesto il locale alla donna, non riuscendo ad ottenerlo indietro. Così ha deciso di rivolgersi ad un Tribunale per il rilascio del locale e il risarcimento dovuto per l’ occupazione senza titolo. Nel 2008 il Tribunale ha però rigettato la domanda dell’uomo, in quanto “il centro estetico era essenziale per l’attività lavorativa della donna” ed era necessario per il mantenimento dei figli, che le erano stati affidati. Inoltre, l’immobile era stato dato senza fissazione di un termine, per cui non era possibile richiederlo fino a quando l’uso cui era adibito fosse terminato.

Ricorso in Cassazione

L’uomo è così ricorso alla Cassazione per la violazione degli arti. 1803, 1809 e 1810 del codice civile, sostenendo che l’immobile  era stato concesso in comodato, senza la fissazione di un termine e proprio per questo doveva ritenersi “precario” e risolubile in qualsiasi momento.  La Corte d’appello ha così ritenuto che, anche “quando un immobile è concesso in comodato senza fissazione espressa d’un termine, l’apposizione di un termine di durata possa comunque desumersi dall’uso cui è destinato il bene”.

Errore della Corte d’Appello e sentenza della Cassazione

L’errore commesso è stato ritenere che quando un immobile è concesso in comodato senza fissazione di un termine questo si possa desumere dall’uso di attività a cui è destinato. Questo ragionamento non è consentito dall’art. 1810 del codice civile, che dichiara che un immobile concesso in comodato debba essere riconsegnato non appena il comodante lo richieda. Le uniche eccezioni sono:

  • l’aver pattuito un termine di durata;
  • il termine di durata deve risultare dall’uso “cui la cosa è destinata”.

Per cui la Suprema Corte ha condannato la donna alla restituzione del locale all’ex marito che glielo aveva concesso.

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